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Discorso pronunciato da S. E. Mons. Giuseppe Agostino in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Consiglio comunale di Cosenza

17 dic 2004
(17/12) (UfficioStampa) - Signor Sindaco, onorevoli assessori e stimati consiglieri comunali, grazie della vostra nobiltà e, soprattutto, del vostro affetto che mi commuove. Sono io onorato di essere ascritto come civis di questa città ricca di storia, di valori e di potenzialità. 1. Il Signore mi ha voluto Vescovo di questa gloriosa Chiesa cosentino-bisignanese dopo venticinque anni di episcopato intenso, affascinante, nella città di Crotone e nel suo comprensorio. Sono stato chiamato a questa missione, stranamente o misteriosamente, all’età di settant’anni. Sono venuto nella fede, nello spirito del Vangelo. Ora, la legge della Chiesa cui obbedisco con spirito docile e credente mi chiede di rinunziare non all’essere Vescovo, che è una consacrazione indelebile, ma al governo pastorale di una Chiesa. Lo farò, appena informato, ma ritengo presto. Nella mia ultima lettera di pastore ho scritto, con il dire di S. Paolo, che «non giudico la mia vita meritevole di nulla» (Atti 20, 24). Ho reso convintamene, pur dentro i limiti della mia umanità, il mio servizio a Cristo per l’uomo ed all’uomo per Cristo. Non sono stato uomo di parte se non nel senso di aver cercato di essere dalla parte del Vangelo, dalla parte degli ultimi, di aver servito la Verità che, in quanto tale, discrimina, denunzia, pur se deve cercare sempre di capire e di amare. Ora, come dicevo, mentre sto per chiudere il mio mandato, questo apprezzato Consiglio comunale ha voluto iscrivermi nella storia di questa città come cittadino onorario. Ho pensato dentro di me, pur apprezzando il vostro gesto, che non c’era bisogno perché questa città era già entrata nel mio cuore. In questa città mi sono sforzato di essere padre, servo di tante sofferenze e profeta per tante ingiustizie. Sono stato padre convintamente e con non poche incomprensioni e da tante parti. Essere padre fa sempre soffrire, ma rimane per sempre. 2. Il cristiano, dice un antico scritto cristiano del sec. II (la Lettera a Diogneto), è straniero nella sua patria e cittadino in quella degli altri. Questo perché il cristiano è uomo universale e sa che la sua vera patria è nei cieli. Tuttavia, accettare una nobile attenzione qual è la vostra, percepire l’affetto commovente di un popolo, specie degli ultimi, è motivo di conforto. Vi sono grato e, mentre voi avete voluto onorarmi della cittadinanza, vi dico che sono io onorato di essere nella memoria, anche civica, di questa città che è stata la mia passione di povero credente nel Signore che soffrì per amore e che si oppose a tutti i soprusi e le ingiustizie dei sazi della terra. Dico alla civitas cosentina: grazie di quanto mi avete insegnato, grazie della vostra nobiltà, grazie delle vostre passioni umane e sociali. 3. Se mi è permesso esprimere una mia riflessione, sento di dire quanto segue alla gloriosa città di Cosenza. I tempi sono difficili, ma anche belli. Non ci sono solo ombre, ma anche luci. Anzi, le ombre non ci sono se non c’è la luce. C’è, oggi, una trasformazione sociale, etica, valoriale che ci lascia pensosi e che ci impegna con maggiore responsabilità. È giusto domandarsi: quale civitas vogliamo costruire? Con quali fondamenta e cementazione? Sento di dirvi: radichiamoci sui valori perenni, universali, iscritti nella nostra coscienza. Mi donando: possiamo, ancora, dire che la radice e la luce dei valori è il Vangelo di Gesù? Capisco bene che lo Stato è e deve essere laico, e lo è in quanto rispetta tutte le fedi senza identificarsi con nessuna. Non si cerca, quindi, uno Stato e, nel nostro caso, una civitas confessionale, integrista dal punto di vista religioso, ma neppure una città asettica, avventuriera, neutra. Laicità non coincide con laicismo. E mi spiego: c’è, sempre e comunque, un diritto di natura da rispettare e c’è la coscienza della maggioranza dei cittadini, se non la quasi totalità, che nella nostra città è cristianamente ispirata. Si tratta, quindi, di rispettare l’uomo, di cercare il suo bene integrale, di rispettare la famiglia e di essere aperti alla giustizia globale. C’è da far crescere una cultura partecipativa nel superare sistemi e metodi clientelari, da avere una progettualità e, soprattutto, tanta passione per gli ultimi. Questa è la verità di una civitas costruttiva. Lo so bene che tale verità non si trova nel relativismo etico e nello smontaggio delle nostre radici che sono ispirate all’umanesimo cristiano. Mi auguro che in tutti ci sia se non questa convinzione, almeno questa attenzione. Onorandomi di essere ricordato dalla civitas cosentina, invoco da Dio ogni benedizione e pace su tutti. Come sapete, ho deciso di restare a Cosenza, presso il Seminario Teologico, da me riaperto e che sta per avere i gradi accademici. Sarò silenziosamente, quindi, in mezzo a voi, testimoniandovi affetto e chiedendo al Signore, nella preghiera, cuore della storia, strade di verità nella libertà, di carità nella liberazione da tutte le lobbies ed i sottoboschi che, purtroppo, sono la parte sommersa di questa città, e invocando, con l’umile sapienza dell’età e della mia lunga esperienza sacerdotale, che tacciano le lingue, si spengano le risse e ci si apra al dialogo sincero, costruttivo nella fede credente o, come alcuni amano dire, laica, che è così riassumibile: chi ha autorità sia servo e lo sia per costruire la pace e la serenità di tutti. Grazie, ancora, con cuore amico e, consentitemi, cristianamente paterno. Giuseppe AGOSTINO Arcivescovo