Home Page » Canali » Archivi » Notizie » Archivio Comunicati Stampa » Archivio Comunicati Stampa 1998

Conferenza stampa sullo studio dei resti di Enrico VII

25 mag 2009
L’esame dei resti di Enrico VII forse potrà anche dire come morì il figlio di Federico II di Svevia, ma non è certamente questo l’aspetto più importante e tanto meno l’obiettivo principale della ricerca scientifica in corso in questi giorni. Il prof. Pietro De Leo, ordinario di Storia medievale all’Unical ed il prof. Gino Fornaciari, docente dell’Università di Pisa e massima autorità nazionale in materia di paleopatologia, hanno spiegato stamani ai giornalisti, alla Casa delle Culture, come è nato e dove porterà lo studio iniziato il 4 novembre con l’apertura del sarcofago in Duomo. I due studiosi sono stati introdotti dall’assessore comunale Eva Catizone che ha evidenziato l’importanza di una ricerca che mette in stretta relazione Università e territorio ed ha annunciato che entro il prossimo anno l’Amministrazione comunale ospiterà un convegno internazionale di studi su Enrico VII e la presenza degli svevi in città. Il prof. De Leo ha ricordato come 25 anni addietro, quando arrivò a Cosenza, la città fosse segnalata nei repertori come carente di notizie storiche negli archivi. Da qui l’impegno, che continua da allora, a fare ricerca sul territorio. I risultati finalmente oggi cominciano a vedersi. La ricerca in atto nasce da un progetto dello stesso De Leo, che ha ottenuto finanziamenti europei e che si propone tre tipi di recupero storico nella regione: di fonti scritte inedite; di manufatti; di sepolture medioevali. "Gli storici -ha rilevato il professore- hanno sempre privilegiato lo studio delle fonti scritte, ma quello sui resti umani, trascurato, è altrettanto importante." L’attenzione, quindi, si è è rivolta su personaggi significativi della storia cosentina e calabrese: Enrico VII di Svevia, Gioacchino da Fiore (di cui cadrà l’ottavo centenario della morte del 2002) e S. Bruno di Colonia, fondatore della Certosa (del quale cade il nono centenario della morte nel 2001). Già aperti i primi due sepolcri, al terzo si procederà nella prossima primavera. Cosa si è scoperto finora e cosa si conta ancora di scoprire? L’obiettivo della paleopatologia -ha spiegato il prof. Fornaciari - è quello di studiare le malattie del passato, diagnosticandole su scheletri o mummie. Lo studio diretto su quanto rimane di personaggi celebri consente, dunque, una migliore conoscenza di questi uomini che hanno fatto la storia, di cui si conoscono le gesta, ma dei quali poco si sa in ordine all’aspetto fisico, alle malattie e alla abitudini alimentari, tutti elementi che possono averne condizionato i comportamenti. "Sono personaggi -ha detto lo scienziato- assimilabili a registratori biologici dell’ambiente naturale e culturale, ovviamente circoscritto alla casta sociale d’appartenenza." Scoperchiando i sepolcri, dunque, si apre una nuova finestra su un secolo passato per conoscere meglio come eravamo e come vivevamo. Nel caso di Enrico VII, le primissime indagini hanno permesso di rilevare che la sepoltura è composta da un primo strato di ossa frammentate e da un secondo dove invece vi è uno scheletro in connessione anatomica, con arti inferiori, bacino, avambracci, mani. Si tratta di una sepoltura primaria, cioè non proveniente da ossario, che però è stata ‘disturbata’ in tempi recenti come dimostra anche uno strato di fanghiglia all’interno del sarcofago. I resti appartengono ad un solo individuo di sesso maschile, di età intorno ai 30/40 anni, di altezza 1metro e 70, con una forte usura dentaria ma senza carie (come quasi tutti i resti umani medioevali, epoca in cui l’azione abrasiva veniva svolta da cibi con presenza di polveri da macine). La rotula destra dimostrerebbe che c’era un’asimmetria nella deambulazione, particolare che confermerebbe che i resti appartengono al nobile che fu definito "lo sciancato". Ma elementi più certi verranno dagli esami di laboratorio che saranno svolti nei prossimi mesi. In particolare si spera di poter estrarre il Dna, la qual cosa permetterebbe non solo uno studio genetico ma anche il confronto con gli esami che si stanno svolgendo a Palermo sui resti del padre di Enrico, Federico II. Per quanto riguarda l’Abate Gioacchino da Fiore, la teca custodita nell’Abbazia di San Giovanni in Fiore ha consentito una conservazione ottimale delle ossa. Vi sono segmenti scheletrici integri appartenenti ad un individuo di sesso maschile, di età matura, ma vigoroso viste le forti inserzioni muscolari degli arti inferiori. Quest’ultimo particolare attesterebbe che Gioacchino non soltanto pregava e meditava, ma si dedicava a lavori che richiedevano una certa energia fisica. Nella teca vi sono frammenti di altri individui, per lo più donne ma anche un bambino, evidentemente prelevati erroneamente dalla fossa comune al momento della esumazione. Questi resti verranno separati all’atto della ricomposizione dello scheletro dell’abate, che si effettuerà in laboratorio. Il professore Fornaciari ha infine ringraziato i componenti dell’equipe di ricerca, prof. Luca Ventura dell’Università dell’Aquila, la laureanda Rosella Longo, il tecnico Marcello Gambini. Il prof. De Leo ha invece rivolto i propri ringraziamenti al collaboratore Attilio Vaccaro, tecnico all’Unical. (7.11.98)