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Letture in chiostro: le storie di donne, anche quelle di mafia, protagoniste della finestra sulle scrittrici aperta dalla rassegna promossa dall'Assessorato alla Cultura

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Letture in chiostro: le storie di donne, anche quelle di mafia, protagoniste della finestra sulle scrittrici aperta dalla rassegna promossa dall'Assessorato alla Cultura
la professoressa Marmo, l\'On.Jole Santelli e l\'Ass
06-10-2019

La storia appassionante delle prime suffragette ante litteram in Italia (le prime donne che nel 1906 ottennero il diritto al voto), la prima biografia completa del premio Nobel Rita Levi Montalcini, il romanzo storico dell’unica donna autorizzata da Garibaldi a prendere parte alla spedizione dei Mille e, infine, un saggio sulle donne di mafia e sul loro ruolo all’interno dell’establishment criminale.
Sono queste le storie, tutte al femminile, raccontate ieri a Cosenza, nel suggestivo complesso di San Domenico, dalle scrittrici che hanno animato la finestra a loro dedicata da “Letture in chiostro” la due giorni sui temi della legalità, delle donne e del Sud promossa dal Vicesindaco e Assessore alla cultura del Comune di Cosenza, On.Jole Santelli, Vice Presidente della Commissione parlamentare antimafia.
Le scrittrici che si sono succedute nel Complesso monumentale di San Domenico sono state introdotte e presentate dalla giornalista Anna Arcuri che ha legato i diversi momenti della giornata.
Primo libro ad essere presentato è stato “Il giudice delle donne” di Maria Rosa Cutrufelli, edito da Sperling & Kupfer. A discuterne con l’autrice, il Presidente dell’Ordine degli avvocati di Cosenza, Vittorio Gallucci.
Il libro ruota attorno ad un fatto storico realmente accaduto a Montemarciano, un paesino delle Marche, nei primi anni del Novecento. Maria Rosa Cutrufelli ha condotto ricerche attente ed accurate sui giornali dell’epoca. La vicenda raccontata è quella di dieci maestre marchigiane che condussero una vera e propria battaglia per ottenere il diritto al voto. Possono essere considerate delle suffragette ante litteram in Italia e segnarono la nostra epopea femminista. Furono le prime donne al mondo a ottenere il diritto di voto che venne poi annullato. La vicenda ebbe sulle pagine dei giornali dell’epoca grande risonanza perché Ludovico Mortara, “il giudice delle donne” del titolo, era un ebreo di Mantova che da Ministro della giustizia fece abolire per le donne l’autorità maritale. Poi arrivò Mussolini e lo mandò in prepensionamento. La battaglia delle dieci maestre marchigiane prese le mosse dall’appello di Maria Montessori (le sue studentesse avevano affisso un appello sui muri di Roma). Il diritto di voto all’epoca presentava delle restrizioni anche per gli uomini, quando non raggiungevano un certo reddito o quando erano analfabeti. Un’avventura femminile che Cutrufelli scopre per puro caso a Senigallia quando vide una targa in memoria delle prime elettrici italiane del 1906. Vera protagonista del libro “Il giudice delle donne” è la moglie del Sindaco che è un personaggio reale. Il Sindaco è un sindacalista, vicino alle posizioni dell’anarco-socialismo. La battaglia combattuta dalla moglie non gli faceva tanto comodo perché poteva compromettere, nelle elezioni amministrative che si sarebbero tenute da lì a poco, la sua riconferma alla carica di primo cittadino. La vicenda, come ha sottolineato il Presidente dell’Ordine degli avvocati di Cosenza Vittorio Gallucci, naufragò poi nelle aule giudiziarie e a decidere positivamente sul diritto di voto alle donne sarà proprio il giudice Mortara (che era un professore universitario prestato alla magistratura).
Gallucci ha avuto parole di grande apprezzamento, sia per il libro sia per la sua autrice: “dolce, dall’animo sensibile e dai grandi sentimenti. Un libro – ha aggiunto Gallucci - percorso dal garbo dalla prima all’ultima pagina e che assegna un protagonismo attivo a due donne, una più anziana che è la moglie del Sindaco del paesino dove è ambientata la storia e l’altra, la più giovane, che non avrebbe neanche l’età per votare, ma che si fa ugualmente paladina della causa delle donne”.

Il secondo libro presentato nell’ambito della finestra aperta da “Letture in chiostro” sulle scrittrici è “Rita Levi Montalcini, una donna libera” edito da Rubbettino. Ne è autrice Carola Vai, giornalista professionista e a discuterne con lei è stata Simona Loizzo, medico di professione. E’ quest’ultima che si è appassionata al libro e ha introdotto la discussione. Loizzo si è detta molto colpita di come l’autrice abbia descritto gli affetti della Montalcini, nelle pagine del libro in cui si evidenziano alcune affermazioni del premio Nobel: “sono il marito di me stessa”, espressione che descrive appieno la solitudine delle donne in carriera. Per Simona Loizzo sono ancora poche le donne che raggiungono importanti traguardi professionali. Riferendo alcuni dati sulle donne medico diffusi dalla CGIL, emerge che il 50% delle donne in carriera medica rinunciano ad avere figli e solo il 15% raggiunge ruoli dirigenziali.
In quella che può essere considerata la prima biografia completa di Rita Levi Montalcini, Carola Vai ne esalta la classe, lo stile che mostrava con fierezza quando entrava in Senato (Rita Levi Montalcini era anche senatore a vita) e che le avevano fatto meritare il rispetto e numerosi riconoscimenti in America. Colpito dalla sua fama e dalla sua autorevolezza, Ronald Reagan le consegnò il migliore dei premi assegnati negli Stati Uniti. Rita Levi Montalcini si guadagnò la stima anche di tre pontefici: Papa Montini (Paolo VI), Giovanni Paolo II e Papa Ratzinger. La Vai racconta la partenza alla conquista dell’America, nel 1947, da Torino, insieme a Renato Dulbecco sulla nave Sobieski. Figlia di ebrei ed ebrea a sua volta, la sua famiglia era ricchissima. “In casa sua c’era l’autista, il giardiniere, il guardarobiere” – ricorda Carola Vai. Nelle famiglie ebree non era concepibile che le donne, pur acculturate, andassero a lavorare. Figurarsi se poteva tollerarsi che una donna diventasse medico”. Eppure per la Montalcini le cose andarono, per fortuna, diversamente. Carola Vai racconta qualche aneddoto che ne tratteggia ancor meglio la personalità. Il riferimento è ai festeggiamenti per i 100 anni organizzati dall’allora Sindaco di Roma Alemanno e alla lunga attesa cui la Montalcini fu costretta, prima del taglio della torta, dagli interminabili discorsi istituzionali. Non fece una piega, restò in silenzio, in paziente attesa, senza che la sua eleganza fosse minimamente scalfita. E quando, arrivato il momento del taglio della torta, un’hostess si fece avanti per aiutarla, lei le rivolse un’occhiataccia, come a dire “non ho bisogno di nessun aiuto!”. Il libro ha richiesto tre anni di lavoro e meriterebbe –dice l’autrice - anche un seguito. La biografia approfondisce anche il rapporto della Levi Montalcini con Renato Dulbecco (conosciuto all’Università di Torino) e del loro legame non solo professionale che la Montalcini non ha, però, mai confermato né smentito. “E’ noto, però – è ancora Carola Vai che ne parla - che ebbe sempre un occhio di riguardo per la Calabria, sia perché Dulbecco era di Catanzaro e sia perché calabrese era anche la sua collaboratrice più stretta, Giuseppina Tripodi”. Per Carola Vai Rita Levi Montalcini era un genio della comunicazione e si promozionò con tutta se stessa. Con Dulbecco e Salvador Luria costituirono il “trio rock della scienza”. Amava la libertà, quella di combattere molti stereotipi. Per condurre le ricerche a suo modo, non poteva avere altri impegni. Si alzava alle cinque del mattino, ma non rinunciava mai ai viaggi e alle pubbliche relazioni. Non aveva bisogno di una famiglia. La Vai ricorda ancora la sua amicizia con Gianni Agnelli (la differenza di età non era tanta) eppure continuavano a darsi del lei. Il Nobel lo vinse nel 1986, ma lo avrebbe meritato molto prima.

Terzo libro ad essere presentato nell’ambito di “Letture in Chiostro” è stato “La ragazza di Marsiglia”, edito da Sellerio, di cui è autrice Maria Attanasio. Il libro è un romanzo storico sulla figura di Rosalia Montmasson, l’unica donna che partecipò alla spedizione dei Mille e che per lungo tempo fu moglie di Francesco Crispi. Con l’autrice ne ha discusso Maria Teresa Pagliuso, Presidente dell’Inner Wheel di Cosenza. Ed è stata proprio la Pagliuso ad introdurre la storia raccontata nel romanzo, descrivendo la protagonista come una donna schiva che trova il coraggio di scappare dal suo paese asfittico e di andare a Marsiglia dove incontra per la prima volta quello che poi diventerà, dopo averlo ritrovato, suo marito. Forte la personalità di Rosalia, così come viene descritta da Maria Teresa Pagliuso, letteralmente folgorata dalla lettura del libro della Attanasio. “Per quanto Crispi avesse una inguaribile passione per le donne, aveva bisogno della sua determinazione. Il loro, infatti, fu un incontro di pensiero e di libertà per lottare contro la supremazia degli arroganti”. Rosalia non accettò il passaggio di Crispi da repubblicano a monarchico. Crispi venne accusato di bigamia e si racconta che Rosalia, per gelosia, tentò addirittura il suicidio.
Maria Attanasio fa rivivere una pagina appassionante, quella riguardante la vicenda di Rosalia Montmasson che venne cancellata persino dalla storia minore. Eppure Rosalia fu l’unica donna ad essere autorizzata da Garibaldi a far parte ufficialmente della spedizione dei Mille che è stata declinata sempre al maschile. “Rosalia – osserva l’autrice - aveva attivamente collaborato alla rivoluzione della spedizione collegando Genova a Malta e alla Sicilia. Ebbe una funzione centrale di raccordo con i comitati rivoluzionari. Per lei la libertà prima di essere politica era esistenziale”. Anche Maria Attanasio viene a conoscenza della storia di Rosalia Montmasson grazie ad una targa a lei intitolata e ad un mezzo busto in gesso rinvenuto in un palazzo di Caltagirone e fatto realizzare proprio da Francesco Crispi.

Quarto ed ultimo libro della giornata è la ricerca che la prof.ssa Marcella Marmo ha pubblicato su un numero monografico dei Meridiani dal titolo “Donne di mafia che differenza fa?”. L’autrice ne ha discusso con Matilde Spadafora Lanzino, assessore alla scuola e alle pari opportunità del Comune di Cosenza. Il saggio della Marmo analizza il rapporto tra le donne e la criminalità organizzata ed il loro ruolo all’interno delle organizzazioni criminali, si tratti di mafia, camorra o ‘ndrangheta. “Nella lunga storia delle mafie – ha sottolineato Marcella Marmo – un fatto importante è la nascita del pentitismo che rappresenta la rottura dell’equilibrio dentro le mafie e di quel patto di affiliazione assoluto che da quel momento in poi potrà venir meno. Alle donne – sostiene la Marmo – si dà il compito di trasmettere i valori mafiosi ai figli. Il mondo mafioso – dice ancora la docente dell’Università di Napoli – fa parte di tutto il nostro mondo, ma è un mondo a parte. In Calabria sono le donne che danno inizio alle faide”. E procede con una classificazione, secondo la quale la donna di mafia che si reca in Tribunale può essere muta, belva, scrigno o emancipata. E porta degli esempi concreti. La moglie di Totò Riina rappresenta, secondo Marcella Marmo, una figura di donna emancipata, che ha studiato, una donna acqua e sapone e con modesta eleganza e che, in nome dell’amore dichiarato davanti al giudice, nel 1971 evita il soggiorno obbligato.
Nel mondo mafioso totalitario – sempre stando al saggio di Marcella Marmo – il ruolo delle donne è quello di trasmettere potere e denaro. Quando si pentono lo fanno con la logica di far fuori i vincenti”. Al dibattito ha dato il suo importante contributo la Vice Presidente della commissione parlamentare antimafia Jole Santelli che si è soffermata a tratteggiare i diversi modi di essere delle donne all’interno delle organizzazioni criminali. “Quando il mafioso è in carcere – ha sottolineato l’On. Santelli – sono le donne che danno gli ordini. Le donne possono diventare feroci quando diventano vulnerabili. La forma di vulnerabilità delle donne, all’interno delle organizzazioni criminali, segue il destino dei figli e la ribellione scatta con estrema violenza quando ad essere soppressi, nelle guerre di mafia, sono proprio i figli”. E sul ruolo dei collaboratori di giustizia la Vice Presidente della Commissione antimafia ha espresso qualche perplessità. “La collaborazione potrà dare ancora i suoi frutti se la gestione dei collaboratori di giustizia sarà condotta con grande professionalità. Altrimenti sarà sempre un pericolo”.
Un altro contributo al dibattito scaturito dalla presentazione del saggio di Marcella Marmo sulle donne di mafia è venuto dall’Assessore Matilde Spadafora Lanzino che ha sottolineato come “la conoscenza del ruolo femminile all’interno delle organizzazioni mafiose è avvenuto dopo il pentitismo, quando si è cominciato a capire che le donne avevano il ruolo della trasmissione degli ideali mafiosi, assicurando alla mafia la sua sussistenza ed inculcando il valore della vendetta”.










 

Autore: Giuseppe Di Donna

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