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CITTA' DI COSENZA

"La Storia"


Cosenza nell'età contemporanea e nella storia del presente

Bibliografia



COSENZA NELL’ETÀ CONTEMPORANEA

E NELLA STORIA DEL PRESENTE

di Tobia Cornacchioli

Al forestiero che giunge a Cosenza e si chiede da dove iniziare la visita della città vogliamo proporre un itinerario che faccia tesoro della risposta che uno dei maggiori storici del Novecento fornisce ad un allievo allorché giungono insieme in una città mai visitata: "Pare che ci sia un Municipio nuovissimo. Cominciamo di là", suggerisce il maestro, e così giustifica la sua intenzione: "Se fossi un antiquario, non avrei occhi che per le cose vecchie. Ma sono uno storico. Ecco perché amo la vita".

il municipio
il municipio

E Marc Bloch (l’allievo dello storico medievista Henri Pirenne, che racconta l’episodio ne L’apologia della storia) dopo aver riflettuto che "è vano affaticarsi a comprendere il passato ove nulla si sappia del presente", commenta: "Questa facoltà di apprendere ciò che vive: ecco la massima virtù dello storico".

Un intrigante avvio
Similmente allo storico belga anche il visitatore - virtuale o meno - della città ama la vita, e siamo certi che gradirà riscoprire la storia di una città viva come Cosenza percorrendo un itinerario nello spazio e nel tempo che inizi là dove oggi la vita pulsa di più, ovvero dove in misura maggiore si concentra una plurimillenaria storia urbana che non smette di ribollire, così come continua a gorgogliare nel recipiente dell’atanor il precipitato della sapiente miscela di un alchimista, prima di giungere ad ulteriori incessanti trasmutazioni.
Al forestiero, saggiamente curioso, potremmo suggerire di iniziare la sua visita dal costruendo Viale Parco, la più recente espressione di quell’antichissimo percorso che si snoda da settentrione a meridione o da sud verso nord, e che lungo il suo cammino interseca alla loro confluenza due vie fluviali (il Crati e il Busento) e i due sentieri che giungono dalla Presila e dalle Serre costiere.

confluenza dei fiumi Crati e Busento
confluenza dei fiumi Crati e Busento


Ed è proprio allo straordinario e arcaico incrocio fra queste vie che genti anch’esse antiche hanno costruito una città che, come esprime il suo stesso nome, invita al consenso, alla concordia, alla solidarietà; una città che è centro fin da epoche remote di un vasto e articolato complesso metropolitano - l’Università di Cosenza et soi Casali - che dal Medioevo si è contraddistinto per la sua prosperità e la sua autorevolezza, anche grazie al prezioso contributo dei Casali.
Quei Casali - i paesi sparsi fra le due rive del Crati - che Giuseppe Imbesi indica, insieme all’altro luogo simbolo di Cosenza, ovvero la confluenza dei fiumi, come i genii loci della città; e che sono legati a Cosenza da relazioni sociali, economiche, culturali, e da un intenso rapporto grazie al quale la popolazione cosentina, periodicamente, in un profondo respiro demografico, vi si espande per poi concentrarsi nuovamente nel centro urbano.
Il Viale Parco rappresenta la più recente espressione e il simbolo dell’antichissimo percorso protostorico, della successiva via consolare romana, dell’itinerario dei napoleonidi prima, e borbonico poi, della SS 19 delle Calabrie, affiancata dalla più recente Autostrada del Sole. Pregno di storia esso è anche la rivalsa sull’ottocentesco rilevato ferroviario che nella seconda metà del Novecento ha spaccato in due la città.

viale parco
viale parco


Ed anche come atto riparatore di una non recente ferita urbanistica, nell’attività febbrile che ne segna la realizzazione, il costruendo Viale Parco è l’esempio più manifesto della Cosenza che vive, la Cosenza che più interessa allo storico accorto e al forestiero attento alla vita e non alle curiosità morte degli eruditi.
Ecco perché esso rappresenta la prima e più intrigante tappa di un percorso che un tempo portava alle soglie della città, a quella vecchia stazione ferroviaria intesa da un visitatore inglese dell’Ottocento come la soglia di Cosenza aperta sull’Europa, e che fra breve servirà a congiungere attraverso la metropolitana leggera il centro cittadino all’Università della Calabria che simboleggia il futuro per la città e per l’intera regione.
Il Viale Parco, tappa iniziale di un itinerario che dalla vita di oggi ci spinge verso la vita degli umani di ieri, è il presente che interroga e contribuisce a spiegare il passato; come tale è il luogo elettivo dal quale iniziare una visita alla città e alla sua storia contemporanea.

Verso il secolo nuovo
Al passaggio fra Otto e Novecento Cosenza - secondo la efficace espressione di Michele Fatica - si dota di gran parte dei servizi essenziali per essere classificata una città moderna, ad iniziare proprio dal collegamento ferroviario che (svolgendosi nel suo ultimo tratto sull’attuale percorso del costruendo Viale Parco) unisce a quel tempo, attraverso la stazione intermedia di Sibari (allora Buffaloria), la città con la rete nazionale che corre lungo la ferrovia jonica. Qualche decennio dopo la più veloce linea tirrenica raggiungerà la Calabria, e Cosenza si congiungerà ad essa attraverso la suggestiva tratta per Paola, dopo che sarà prevalsa quest’ipotesi sull’altra della derivazione verso Nocera Terinese lungo il fiume Savuto.
George Gissing (lo scrittore inglese che abbiamo richiamato più sopra a proposito della vecchia stazione) quando giunge a Cosenza alla fine dell’Ottocento, ha modo di osservare - forse un po’ ottimisticamente, ma di certo coerentemente con il suo modo di pensare moderno - che la linea ferroviaria ha inserito nella rete europea la città, dove inizia ad apparire "l’età nuova" grazie alle sbuffanti locomotive, alle più comode strade di circonvallazione, ai nuovi ponti in ferro che, in attesa di essere sostituiti da quelli in ferro-cemento, vengono accolti (negli stessi anni della costruzione della Tour Eiffel di Parigi) come un tangibile segno di tempi del tutto nuovi che si immaginano proiettati verso infiniti progressi.
Fra l’ultimo quinquennio del secolo al tramonto e il primo lustro del nuovo, la delegazione comunale, nella quale trovano posto preminente i rappresentanti della migliore cultura progressista cittadina, appronta un insieme di provvedimenti che permettono alla città di presentarsi preparata all’appuntamento col secolo nuovo.
I progetti di realizzazione di centrali elettriche utili sia all’illuminazione pubblica che per la fornitura di energia al comparto economico e produttivo cittadino, la costruzione di un moderno acquedotto e l’inizio della distribuzione dell’acqua nelle case, altri interventi strutturali su viabilità urbana e condizione igienica della città, insieme all’avviato completamento del teatro comunale, ed al progetto di inalveamento dei fiumi, riscrivono e trasformano profondamente l’aspetto urbano di Cosenza, che abbandona il suo arroccamento sul colle Pancrazio per scendere decisamente a valle.
Oltre che sul piano dell’intervento urbanistico, anche dal punto di vista sociale e culturale la città è impegnata in una profonda opera di modernizzazione.
E non sono pochi i fatti e gli elementi che mostrano che Cosenza, al sorgere del Novecento, è all’alba di una vita nuova: è il caso dell’attivazione e della rinascita di nuovi e antichi circuiti culturali: i moderni e vivaci circoli di cultura e l’antica e prestigiosa Accademia Cosentina, la stampa periodica, l’istituzione di una biblioteca pubblica che diventerà l’attuale prestigiosa Biblioteca Civica, le nuove scuole accanto all’antico liceo intitolato al Telesio.
È il caso, ancora, dell’irrompere sulla scena cittadina di nuove e impegnate correnti politiche: dai socialisti di Pasquale Rossi e Pietro Mancini, ai cattolici progressisti di don Carlo De Cardona, che iniziano una serrata critica contro la vecchia rappresentanza parlamentare affetta da trasformismo e da una grave forma di cecità politica; è il caso, infine, del manifestarsi di quei fermenti di novità che stimolano la Massoneria presente e attiva in città, e che percorrono come una scarica elettrica alcuni settori delle stesse classi egemoni, sottraendo spesso alla loro egemonia culturale alcuni promettenti rampolli.
Né mancano, in questi anni, le proiezioni culturali e scientifiche della città verso l’Italia e l’Europa tutta, considerato che promettenti o già affermati intellettuali cosentini - Bernardino Alimena, Bonaventura Zumbini, Stanislao De Chiara, Nicola Misasi, lo stesso Pasquale Rossi - collaborano a riviste nazionali e internazionali, tengono conferenze in tante città d’Italia e in Europa, ricevono onorificenze all’estero, pubblicano con le maggiori case editrici di Roma, Torino, Palermo, Milano, e vedono i loro libri tradotti in alcuni paesi europei.
Norman Douglas, un altro viaggiatore inglese che soggiorna a Cosenza fra il primo e il secondo decennio del Novecento, non può fare a meno di constatare l’avvento in città dei tempi nuovi notando, da gaudente edonista qual è, che a Cosenza si possono trascorrere magnifiche giornate.
All’alba del secolo nuovo la vita cittadina, come in buona parte d’Europa, è suggellata da una serena fiducia nell’avvenire; ed è incardinata, nonostante l’insieme di fattori negativi che segnano le sorti del Mezzogiorno, alla profonda convinzione di essere incamminata su una strada non del tutto disagevole, accompagnata in questo cammino dalla scienza e dalla tecnologia; e segnata, dal punto di vista della convivenza sociale e politica, da un sicuro processo di democratizzazione che segna la vita civile del Paese dopo i tentativi reazionari dell’ultimo Ottocento, un processo democratico questo, sul quale si esercita l’accorta vigilanza delle forze progressiste che vanno manifestandosi nella società del tempo, e nella stessa Cosenza.

Anni di progresso
Agli inizi del Novecento Cosenza, che nel decennio precedente aveva già mostrato i primi segni di un contenuto sviluppo demografico, conta poco più di ventimila abitanti e si prepara ad assistere ad un lento, ma continuo e costante flusso di immigrazione che diventerà sempre più cospicuo dagli anni trenta fino agli anni settanta.
Gli amministratori, nel manifestare consapevolezza del trend demografico e della necessità della città di espandersi, decidono di dotarla di un nuovo piano regolatore. Viene quindi approntato il piano Camposano che, approvato nel 1912, prevede l’espansione di Cosenza, una volta bonificati i fiumi, verso est e verso nord.
L’ampliamento ad est avviene sulla riva destra del Crati e verso la zona detta di Cosenza Casali, con la sua stazione ferroviaria, zona che, insieme alla prospiciente fascia a sinistra del Crati, inizia a configurarsi come il polo industriale della città, con i suoi stabilimenti (fra i quali spiccano quello di manufatti cementizi e una fabbrica di ghiaccio sulla riva sinistra del fiume, e l’altro di prodotti tannici sulla riva destra), e con gli insediamenti operai come il palazzo detto "della Lega" frutto dell’efficace opera della lega operaia di estrazione cattolica.
A nord la città si proietta verso il vallo, ad iniziare dalla zona del Carmine, già individuata nel 1887 come area di sviluppo da un primo piano di ampliamento che, però, non aveva trovato alcuna applicazione pratica; verso tale zona, invece, la città inizierà a svilupparsi con decisione nell’immediato primo dopoguerra.
Nel primo quindicennio del ventesimo secolo Cosenza, immergendosi nel clima del tempo segnato in campo nazionale dalla politica giolittiana, si incammina sulla strada di una sempre più decisa modernizzazione.
Fra il 1904 e il 1914, trovando anche le energie per sanare le ferite del terremoto del 1905, si iniziano e si dà compimento ai lavori di arginatura dei fiumi, nel mentre si costruiscono, con le più avanzate tecniche edilizie del tempo, due ponti in ferro-cemento: il primo che attraversa il Busento all’altezza della chiesa di san Domenico, e il secondo che sostituisce il cinquecentesco ponte di Santa Maria, e supera il Crati a metà dell’attuale corso Telesio, facilitando con la sua più ampia carreggiata le comunicazioni e i commerci fra il centro della città e la via verso i paesi presilani e la Sila.
E, attendendo che la città venga collegata alla linea ferroviaria tirrenica attraverso la tratta per Paola, Cosenza dal 1908 si collega con un regolare servizio automobilistico alla cittadina di san Francesco e ai più importanti centri della provincia, dopo che dal 1907 il telefono l’aveva già unita a Reggio, Napoli e Roma.
La vita civile cittadina in questi stessi anni è animata da una serie di periodici politici, culturali e di cronaca che rappresentano anche la palestra per i numerosi intellettuali che vivacizzano il dibattito cittadino; il Teatro Comunale nel 1909 inaugura la sua prima stagione lirica con l’opera "Aida", mentre già dal 1906 era stato introdotto in città il film muto. Tre musicisti cosentini - il già affermato Alfonso Rendano e gli emergenti Stanislao Giacomantonio e Maurizio Quintieri - propongono in città, oltre che fuori dei confini calabresi, le loro opere.
E si iniziano a manifestare, anche, quei segni tipici che accompagnano lo sviluppo della società contemporanea: dopo l’introduzione del cinema di cui abbiamo già detto, nel 1913 nasce la Società Sportiva Fortitudo con particolare attenzione verso discipline come podismo, calcio e ciclismo
Ed è lo stesso immaginario collettivo nazionale che propone una immagine della Cosenza del tempo segnata da tratti di modernità: "Io non conosco abbastanza bene la Calabria - racconta Elsa Morante nelle prime pagine della Storia -. E della Cosenza di Iduzza non posso che ritrarne una figura imprecisa, attraverso le poche memorie dei morti. Credo che già fin da allora, intorno alla città medievale che cinge la collina, s’andassero estendendo le costruzioni moderne. In una di queste, infatti, di genere modesto e ordinario, si trovava l’angusto appartamentino dei maestri Ramundo".

Panorama
Panorama

Due infauste digressioni
Cosenza è nel pieno fervore delle opere che tendono a renderla una città ancor più moderna quando nel 1915 l’Italia (lacerata dal contrasto intestino fra interventisti e neutralisti, fazioni che trovano sostenitori anche fra i cosentini) decide di partecipare al conflitto che si era acceso in Europa l’anno prima.
Le nefaste conseguenze della guerra non tardano a manifestarsi anche in città, la cui vita pubblica si inaridisce nelle sue espressioni progettuali, a parte qualche bagliore che si manifesta come tardivo frutto di vecchi progetti in corso d’ultimazione, ed è il caso dell’inaugurazione della tratta ferroviaria Cosenza-Paola, aperta senza alcun festeggiamento il primo agosto del 1915.
La città subisce un traumatico arresto nel suo sviluppo civile e, divenuta sede di distaccamenti militari, vede le sue vie affollate da soldati, profughi e da qualche colonna di prigionieri austro-ungarici che sostano in città per essere smistati altrove, o inviati in Sila e nelle campagne per tentare di rimpiazzare la manodopera contadina richiamata alle armi.
Nel 1917 il carovita imperversa, i provvedimenti di calmiere si dimostrano inefficaci, la lotta contro il mercato nero porta a pochi risultati, la manodopera, come si diceva, viene a mancare; l’irritazione popolare sfocia in manifestazioni di piazza anche violente.
La fine delle operazioni belliche agli inizi di novembre del 1918 è, perciò, salutata con soddisfazione e spontanee manifestazioni di gioia; a Cosenza, come in tante altre città italiane, il Te Deum viene officiato nel duecentesco Duomo dall’arcivescovo.
Il dopoguerra si presenta in città, come in tutta Italia, carico di tensioni: aumenti eccessivi dei prezzi (e soprattutto di quelli delle derrate alimentari), rientro dei reduci dal fronte, riapparizione di malattie come la malaria (che si era riusciti a circoscrivere grazie ai lavori di bonifica iniziati negli anni prima della guerra), comparsa dell’epidemia di febbre "spagnola", rappresentano alcuni dei fenomeni negativi che segnano la vita della comunità cosentina del tempo. Ad essi si somma sul piano finanziario una preoccupante situazione delle casse del Comune, accompagnata dalla palese incapacità dei vecchi amministratori di far fronte all’emergenza.
Nel circondario, e in Sila soprattutto, si manifestano gravi tensioni sociali che portano all’occupazione di terre e alla messa in discussione dei tradizionali assetti della proprietà terriera, così magistralmente descritti da Elsa Morante in un’altra pagina della Storia:: "in Calabria (come altrove nel sud) i più minacciati, nelle loro fortune erano i possidenti agrari, i quali, fra l’altro, erano in gran parte usurpatori, essendosi appropriati nel passato, con vari sistemi, di terreni del demanio. Erano campi e foreste da loro spesso lasciati incolti e in abbandono".
Nel frattempo la città ha continuato ad attirare abitanti ed è ulteriormente cresciuta.
Alla fine del secondo decennio del Novecento conta ormai trentamila abitanti, e si inizia a palesare una questione abitativa che tarderà ad essere risolta.
Per altro verso Cosenza va sempre più assumendo le caratteristiche di una realtà urbana con una precipua vocazione commerciale e terziaria, anche se non sono assenti quelle realtà di piccole industrie che già abbiamo citato.
Ed è proprio dalla classe operaia che (nel più generale clima di effervescenza sociale e politica, che caratterizza gli anni del "biennio rosso" al centro-nord e dei movimenti delle occupazioni delle terre nel Mezzogiorno) giunge alla società cosentina un messaggio ben chiaro.
Gli operai della fabbrica chimica in cui si produce il tannino, grazie a una serie di scioperi sostenuti dalla Camera del Lavoro che ha come principale protagonista il repubblicano Federigo Adami, nel marzo del 1920 conquistano, fra i primi in Italia, le otto ore lavorative quotidiane.
Alle proteste popolari ed operaie, si sommano quelle dei contadini che, organizzati dai cattolici nella leghe bianche e dai socialisti, preoccupano non poco i locali agrari.
La società cosentina come le altre di tante città italiane, è dunque una società in movimento, attraversata da spinte contrastanti, animata dai nuovi partiti che, oltre a quello socialista presente in città da oltre un ventennio, nascono e si affermano: nel 1919 è la volta del Partito popolare di don Carlo De Cardona e don Luigi Nicoletti che inizia ad organizzarsi radicandosi soprattutto fra i piccoli agricoltori del contado, e del Partito dei combattenti che ottiene alcune interessanti quanto effimere affermazioni politiche; nel 1921 è fondata la sezione del Partito comunista, con un suo organo di stampa, grazie agli sforzi organizzativi di Natino La Camera e di Fausto Gullo, quest’ultimo consigliere provinciale del collegio presilano.
Ultimo giunge il movimento dei Fasci di combattimento di Mussolini che inizia ad agire in città dal 1921 per opera di Michele Bianchi, Luigi Filosa ed Agostino Guerresi, scagliandosi, come in tutta la Penisola, contro le forze democratiche in perfetta sintonia con quanti vedono in quelle dei perturbatori dell’ordine stabilito e non elementi di progresso sociale.
Le azioni squadristiche, fra minacce, somministrazione forzata di olio di ricino, assalti e devastazioni di sezioni dei sindacati e dei partiti democratici, portano nel maggio del 1921 alla morte dello studente lavoratore Riccardo De Luca, e nel settembre del 1924 a quella dell’operaio socialista Paolo Cappello.
La resistenza - politica, culturale ed anche fisica - manifestata dalle forze democratiche e progressiste della città, rallenta la marcia dei fascisti, nonostante il palese aiuto che essi ricevono dalle forze dell’ordine. Accade così che alle elezioni del 1924 lo stesso leader del fascismo locale, quel Michele Bianchi che nel 1922 aveva partecipato da quadrunviro alla "marcia su Roma" ed è uno dei collaboratori più stretti di Mussolini, ottiene in città meno voti del socialista Pietro Mancini e dello stesso Tommaso Arnoni appartenente all’area politica moderata e governativa.
Ed è proprio Tommaso Arnoni, che, dopo essersi avvicinato al partito di Mussolini, diventa il punto di riferimento dell’ala moderata dei fascisti e il referente locale di Michele Bianchi, già Ministro dei Lavori Pubblici.
E sarà ancora lui a gestire il potere a Cosenza per tutta la prima parte dell’epoca fascista.

Sviluppo urbano senza democrazia
Arnoni viene nominato inizialmente commissario straordinario del Municipio e alla fine del 1926 podestà, in seguito alla promulgazione della legge fascista di riforma delle amministrazioni comunali. Si assicura l’appoggio incondizionato dello stesso Mussolini e, forte anche del gran numero di cariche importanti che ricopre in città, si appresta a dotare Cosenza di una nuova sistemazione urbana, spingendola con decisione verso il vallo e sulle colline ad ovest.
Arnoni ben presto si accorge che l’insediamento urbano tende a superare il limite del piano Camposano fissato sull’attuale via Piave; decide così, riprendendo di quello stesso strumento urbanistico le direttrici di sviluppo, di meglio definirle con un piano di ampliamento, che fa redigere nel 1935 dall’Ufficio Tecnico del Comune, retto dall’ing. Tommaso Gualano, e che verrà approvato solo nell’ottobre del 1939, prevedendo, fra le altre misure anche lo sventramento di alcune fasce del centro storico cittadino, misura questa che, per fortuna, non verrà mai attuata.
La città inizia, invece, a svilupparsi con decisione verso nord oltre il Carmine e lungo il Busento nelle aree rese disponibili dopo le opere di bonifica.
La nuova Cosenza fa sfoggio di larghe strade urbane, che, come ricorda Giuseppe Cavalcanti, stupiscono non poco i cosentini abituati alle strette vie del centro storico, e lungo le quali sorgono, secondo le indicazione dello strumento di pianificazione urbana, palazzi per civili abitazioni, sedi di uffici pubblici, scuole, case popolari e per impiegati, parchi e giardini; un nuovo acquedotto è costruito sulle colline a ovest della città per venire incontro alle accresciute esigenze idriche della città.
E già nel 1931 un attento viaggiatore qual è Antonio Baldini registra le avvenute trasformazioni, e nel suo Italia di bonincontro non si limita solo a prendere atto dello sviluppo urbanistico, ma tenta un’ardita quanto lungimirante previsione: "È sorta una nuova città con caratteri tutti differenti dall’antica. […] Oramai è chiaro che anno per anno, giorno per giorno, quantunque ultima arrivata sulle sponde del Crati e del Busento, la nuova città non sarà paga finché non avrà tolto alla vecchia, se non proprio materialmente marmi e pietre (bronzi non ce n’han più da essere), quel che più conta: ogni prerogativa di vita".
Nel 1936 Cosenza conta ormai quarantamila abitanti residenti, e altre migliaia ne attrae quotidianamente dal suo hinterland e dalla provincia che ha una notevole estensione.
Se attraverso i suoi uomini di punta come Arnoni (che nei primi anni trenta lascia la carica di podestà proprio quando scompare Michele Bianchi l’altro protagonista di quegli anni) il fascismo dà una nuova fisionomia alla città, la società cosentina non è conquistata totalmente dal regime: si avverte ancora la presenza di antifascisti anche dopo i reiterati provvedimenti di confino, le dure condanne del Tribunale Speciale e le sanzioni cui sono soggetti gli ambienti dell’opposizione in città. Non manca di fare sentire la sua voce non allineata la Chiesa cosentina, che, in occasione della promulgazione delle leggi razziali leva, attraverso i suoi organi di stampa e con pochi altri esempi in Italia, un’alta protesta contro la scellerata legislazione razzista; lo stesso Partito comunista, benché in clandestinità, riesce a tessere una trama di rapporti fra il centro estero e la città; gli studi professionali, quelli degli avvocati soprattutto - è il caso dei Mancini, dei Gullo - rappresentano le fucine del pensiero democratico e progressista.
La città sembra offrire un suo consenso al regime solo quando, iniziata l’avventura coloniale d’Etiopia e con l’intervento di Mussolini in Spagna a fianco dei golpisti di Francisco Franco, non sono pochi i cosentini che si arruolano volontari, ma più per sottrarsi ad una condizione di miseria segnata dalla disoccupazione che non per spirito patriottico e fascista.
La città mostra un volto ben accetto al regime quando viene mobilitata in occasioni importanti, come la visita dei reali nel 1937, o quella dello stesso Mussolini nella primavera del 1939, accolti gli uni e l’altro da una disciplinata e festeggiante folla.
Un viaggiatore francese, Jules Destrée, che, negli anni trenta, giunge e soggiorna in Calabria, passando per Cosenza, dopo aver descritto l’opera compiuta dal regime, ha modo di osservare spassionatamente che nei posti da lui visitati "c’è dunque, inconfutabilmente, una vernice fascista", ma si pone anche la domanda: "È qualcosa di più di una semplice vernice?"
La risposta all’intrigante interrogativo del viaggiatore francese la daranno la guerra che scoppierà di lì a poco, e i fatti che seguiranno con accelerata velocità dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia.
Anche a Cosenza l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’alleato nazista è dato in diretta da Roma attraverso la radio; qualcuno ricorda che fra gli entusiasmi generali indotti dalla propaganda fascista, non sono pochi, e sono soprattutto fra le donne che avevano già subito la perdita dei loro cari nella precedente guerra, coloro che piangono paventando ciò che l’ubriacatura propagandistica tenta di nascondere e che è invece ben chiaro nella coscienza di tanti.
La guerra significa morte e distruzione e, dopo averne avuto il presentimento, i cosentini ne hanno piena e immediata contezza quando dall’aprile del 1943 gli anglo-americani bombardano la città.
Morti (fra cui non pochi bambini di scuola elementare all’uscita dalle lezioni in piazza Spirito Santo), distruzione di strutture e siti strategici e di simboli della cultura e della fede (solo per fare alcuni esempi: la Biblioteca Civica, il teatro Rendano, il Duomo, alcune scuole, l’Ospedale civile, la sede centrale delle Poste, il ponte Alarico), devastazioni, sfollamento e mercato nero, squassano il tranquillo vivere quotidiano, già affaticato dalla partecipazione di tanti cosentini su tutti i fronti di guerra.
Le notizie dei morti che giungono dai vari scenari bellici, l’assenza di notizie circa i militari fatti prigionieri, e per ultimi i violenti bombardamenti: tutto contribuisce a far evaporare velocemente il consenso, la patina di vernice fascista di cui aveva parlato Destrée.
Le colonne anglo-americane che nell’estate del 1943 attraversano velocemente la città precedute dai tedeschi in fuga (che distruggono il ponte sul Busento vicino alla chiesa di san Domenico che verrà ricostruito nel dopoguerra e sarà intitolato al partigiano cosentino Mario Martire morto nel lager di Mauthausen) non solo non incontrano resistenza, quanto sono ben accolte dalla popolazione.
Pochi mesi dopo, nel primo autunno di quello stesso anno, risorge, anzi rifiorisce rigogliosa e in tutta la gamma delle sue espressioni (socialista, comunista, azionista, democristiana, liberale, satirica) la stampa democratica cosentina. Nel frattempo i partiti democratici hanno già ricostruito le loro file, un Comitato di Liberazione Nazionale è attivo in città, la Massoneria riorganizza le sue logge, i poteri amministrativi non sono più in mano ai fascisti.

La riconquista delle libertà politiche
La città si avvia a scrivere un’altra pagina della sua storia e si proietta di nuovo oltre i suoi confini, anche dal punto di vista culturale, dopo che venti anni di fascismo l’avevano del tutto emarginata dalla cultura e dalle tensioni sociali e politiche europee e mondiali; ed inizia così a recuperare il ritardo subito dopo che fra la fine dell’Ottocento e il primo quindicennio del Novecento aveva già dato con i suoi migliori intellettuali ed artisti una convincente prova della sua cultura anche in campo europeo.
Conferma della rinnovata ansia di autodeterminanzione è offerta dai cosentini quando danno vita a quel fatto che passerà alla storia della città come la "ribellione di Cosenza del 4 novembre 1943".
In quel giorno di già tardo autunno una sollevazione generale costringe gli occupanti anglo-americani a sostituire il prefetto Endrich, imposto dal fascismo e ancora in carica nonostante l’esautoramento di Mussolini e la caduta del suo regime, con un rappresentante progressista che meglio rappresenti la nuova Cosenza. Contro l’indicazione dei manifestanti che propongono come prefetto il comunista Fausto Gullo, gli Alleati assegnano l’impegnativa carica a Pietro Mancini che negli anni prima del fascismo era stato eletto alla Camera dei Deputati nelle file del Partito socialista.
E non va dimenticato che, di lì a qualche mese, attraverso due esponenti della sinistra di classe la Cosenza progressista sarà rappresentata nei governi di unità nazionale (si tratta di Fausto Gullo al Ministero dell’Agricoltura prima e a quello di Grazia e Giustizia dopo, e di Pietro Mancini con un Ministero senza portafogli prima e poi al Ministero ai Lavori Pubblici), nel mentre la Cosenza moderata è già rappresentata dal liberale Quinto Quintieri al Ministero delle Finanze del governo Badoglio, e successivamente dal democristiano Gennaro Cassiani, nella carica di sottosegretario.
La presenza di Mancini alla prefettura e l’orientamento progressista della città in quegli anni fanno sì che venga nominato un sindaco socialista, Francesco Vaccaro che regge il Comune fino alle elezioni amministrative del 1946. Gli succederanno i democristiani Maurizio Quintieri e Alberto Serra nel mentre lo stesso partito della Democrazia cristiana - dopo gli effimeri successi dell’Uomo qualunque tramontato a Cosenza con le elezioni del 1948 - conquista la centralità del quadro politico e inaugura un non breve periodo di egemonia amministrativa che si manifesta con giunte centriste.

Accademia Cosentina
Accademia Cosentina

La ricostruzione
Nel frattempo inizia la lenta opera di ricostruzione di una città che era uscita dal fascismo e dalla guerra con non poche piaghe da risanare.
Viene approvato un Piano di ricostruzione post-bellica, grazie al quale si interverrà sulle zone del Carmine e del Vescovado; e si tenta di varare un nuovo Piano regolatore che, una volta redatto, prende il nome dal coordinatore dei progettisti dell’Ufficio tecnico comunale, ing. Tavolaro; ma tale Piano non sarà mai approvato e bisognerà attendere i primi anni settanta perché Cosenza si doti di un nuovo strumento urbanistico.
In quegli stessi anni la città continua a estendersi verso nord lungo l’asse che parte da corso Mazzini per raggiungere il quartiere di Torrealta, e ciò avviene senza alcuna seria regolamentazione edilizia, nel mentre essa in quegli stessi anni rappresenta un potente polo di attrazione per l’immigrazione dalla provincia e soprattutto dai casali presilani.
Alla fine degli anni cinquanta il capoluogo raggiunge i settantamila abitanti, in una progressione demografica destinata ancora a incrementarsi.
L’imponente fenomeno di inurbamento spinge alla costruzione di nuove abitazioni e alimenta lo sviluppo dell’industria edilizia; questa attira ancora più forza lavoro, in un circolo, non si sa bene se vizioso o virtuoso, che se da una parte fa crescere la città dall’altra ne determina fortemente il tipo di sviluppo e la stessa fisionomia della classe dirigente.

Città senza qualità
A proposito dell’aspetto complessivo che la città mostra nei primi anni cinquanta Giuseppe Isnardi, un forestiero che ben conosce la città, ritornandovi nel 1954 ha modo di notare: "La nuova Cosenza non ha, né potrebbe avere, almeno per ora, carattere alcuno di arte. È una città urbanisticamente e architettonicamente come tante altre venute su in fretta e smaniose di farsi sempre più grandi".
La smania di crescere non trova ostacolo nella classe dominante del tempo, nel mentre alimenta attraverso comportamenti clientelari e di basso profilo politico i ceti dirigenti, che niente fanno per regolamentare il disordinato sviluppo edilizio.
Ed anzi proprio dalla speculazione edilizia trova alimento il partito della Democrazia cristiana che, da referente della massa dei piccoli contadini del vallo, qual era al tempo del Partito popolare, diventa, nel suo nucleo dominante formato dagli appartenenti alla corrente interna dei dorotei, il punto di riferimento sia dei vecchi che degli emergenti ceti dominanti, e soprattutto degli imprenditori edili.
E attraverso un’accorta strategia di potere con la quale coniuga sapientemente i rapporti, politicamente efficaci, con il potere centrale, anch’esso in mano democristiana, e con un sapiente gioco tattico sul territorio, dove i principali enti sono gestiti da suoi rappresentanti, la Democrazia cristiana fonda in città una egemonia elettorale e politica destinata a durare fino ai primi anni sessanta, potendo contare, peraltro, sull’appoggio della Chiesa che ne condivide l’azione.
E troviamo una descrizione di tale situazione nel Viaggio in Italia di Guido Piovene che giunge a Cosenza a metà degli anni cinquanta.
L’attento scrittore vicentino non può fare a meno di segnalare insieme alla vistosa crescita della città, "la grande potenza del luogo" ovvero la Cassa di Risparmio (gestita da rappresentanti della DC, come, peraltro, la Camera di Commercio, l’Opera Valorizzazione Sila, e gli altri centri del potere economico locale, oltre che l’Amministrazione Comunale e quella Provinciale), e il ruolo non trascurabile del clero, condotto da un "energico Arcivescovo, nemico, a quanto mi è stato detto, del ballo" e attento controllore del costume pubblico.
È un "blocco sociale moderato" quello che, come sintetizza Giuseppe Imbesi, governa saldamente la città, composto da proprietari fondiari e imprenditori edili da un canto, commercianti e piccoli industriali dall’altro; cui, però, non manca di affiancarsi una "classe professionale e variegata, nel duplice ruolo di cinghia di trasmissione per la realizzazione degli interessi consolidati e di forza culturale "illuminata" pronta a mediare tra vecchio e nuovo, ad attutire gli scontri provocati dall’emergere di nuovi strati sociali e ad assorbire le potenziali spinte centrifughe proprie dei processi di inurbamento".
L’egemonia democristiana inizia ad incrinarsi, grazie anche ai settori "illuminati" della città, fra la fine degli anni cinquanta e gli inizi del decennio successivo quando nel panorama politico cittadino e nazionale emerge la figura di Giacomo Mancini, deputato e ministro socialista nei primi governi di centro-sinistra. Contemporaneamente nella stessa DC si assiste ad un processo di diversificazione interna condotto con decisione da Antonio Guarasci della corrente della Sinistra di base che ha in Cosenza il suo punto di riferimento nel deputato Riccardo Misasi, giovanissimo sottosegretario che si appresta a ricoprire importanti ruoli nella politica nazionale.
In quegli stessi anni Cosenza, come nota Piovene, riconferma la sua vocazione sociale ed economica burocratica e terziaria, cui si affianca quell’attività edilizia, di cui dicevamo, e che (per il novanta per cento di tipo privato) assurge per gli imprenditori locali e i possidenti fondiari al rango di quella che Domenico Cersosimo definisce un’industria fondiaria.

Una pagina nuova
Sul piano politico-amministrativo sono Mancini e Guarasci a determinare delle novità quando nel 1962 varano, nel rinnovato clima politico che si respira nel Paese in quegli stessi anni, la prima giunta organica di centro-sinistra in Italia con un accordo che porta alla presidenza dell’Amministrazione provinciale lo stesso Antonio Guarasci. Tre anni dopo anche il Comune di Cosenza verrà guidato da una giunta di centro-sinistra con Mario Stancati, democristiano, sindaco, e Michele Cozza, socialista, vicesindaco.
L’egemonia democristiana si arresta; nella vita politica amministrativa entrano in gioco altri protagonisti.
Da parte loro i socialisti contendono in città il ruolo di più dinamico partito della sinistra al Partito comunista che continua ad avere come suo rappresentante più prestigioso il deputato Fausto Gullo.
Le giunte di centro-sinistra che si succederanno al Comune fino alla metà degli anni settanta iniziano ad affrontare le più manifeste emergenze della vita cittadina come la questione abitativa, i collegamenti esterni, la viabilità interna.
Rilanciando di nuovo il settore delle costruzioni, ma questa volta con un impegno più pubblico che privato, sono progettati e s’iniziano a costruire alcuni quartieri di edilizia popolare, insediamenti che col tempo, però, si dimostrano al di sotto delle aspettative per l’assenza di strutture socializzanti e per il loro isolamento dal cuore vivo della città.
Ciò si verifica soprattutto nel caso del più esteso dei quartieri popolari che prenderà il nome di via Popilia perché si sviluppa lungo l’asse viario che trae la denominazione dall’antica via consolare romana, e che subisce una vera e propria ghettizzazione perché viene edificato oltre il rilevato ferroviario, che ieri divideva la città e che oggi è sostituito dal costruendo Viale Parco ed è destinato a ridare armonia al tessuto urbano di Cosenza.
Migliore sorte hanno invece i provvedimenti relativi alla viabilità: Cosenza viene raggiunta in quegli anni dall’Autostrada del Sole, viene iniziata la costruzione della nuova linea ferroviaria verso Paola, vengono costruite la strada sopraelevata e il ponte Mancini, è progettata la nuova stazione ferroviaria, restaurato il teatro Rendano semidistrutto dai bombardamenti della più recente guerra, ampliato l’Ospedale civile, è inaugurato il nuovo palazzo comunale in piazza dei Bruzi, la città riceve un maggiore approvvigionamento idrico, viene edificato lo stadio in contrada San Vito. E inizia un lungo dibattito sull’istituzione dell’ateneo, che sorgerà nei primi anni settanta, secondo il modello allora in voga del campus universitario, sulle colline di Arcavacata, prevalendo la tesi allocativa cara al deputato socialista e sindaco di Rende Francesco Principe e al Ministro alla Pubblica Istruzione Riccardo Misasi.
Nella progettualità di quegli anni un punto carente è l’attenzione verso il centro storico cittadino che dovrà attendere la fine degli anni settanta per iniziare a divenire oggetto di un dibattito, che inizierà con un significativo convegno tenuto al Centro Studi "Pietro Mancini", allora attivo proprio nel cuore della vecchia città.
Nel decennio l’assetto sociale cosentino si è ulteriormante stabilizzato nella sua configurazione tradizionale: nelle attività commerciali, ed anche - sottolinea Cersosimo - in quelle creditizie e assicurative, nei servizi pubblici e nella pubblica amministrazione, compresi alcuni primi nuclei di terziario avanzato. Si conferma - insomma - l’antica vocazione della città come centro commerciale-burocratico.

stadio S.Vito
stadio S.Vito

Gli anni dei movimenti collettivi
Fra gli anni sessanta e settanta la società cosentina come del resto quella italiana e di gran parte dei paesi del mondo, è percorsa da fermenti culturali e politici.
Un’ansia di novità si manifesta soprattutto presso le giovani generazione di tutti i ceti sociali che, oltre ad aderire ai tradizionali partiti progressisti e della sinistra, danno vita a movimenti di contestazione, organizzano gruppi aderenti allo schieramento della nuova sinistra, riscoprono antiche tradizioni locali anarchiche, si proiettano con dibattiti e proposte venate anche di un sano utopismo verso un futuro che si intende costruire in prima persona e non lasciare che sia deciso da altri.
Ed è nell’ottobre del ‘68 che la scintilla della ribellione scoppia pure a Cosenza, dove braccianti e studenti si trovano insieme a lottare - e ad affrontare la polizia - in occasione di uno sciopero generale delle campagne. Ed anche nel successivo "autunno caldo" del 1969 si registreranno in città casi di coinvolgimento degli studenti e dei primi gruppi extra parlamentari nelle lotte operaie delle poche realtà produttive che costellano la città.
In quegli stessi anni i giovani di Cosenza scrivono un’interessante pagina di impegno democratico. Viene, infatti, respinto il tentativo della destra fascista di conquistare spazi ed egemonia in città, come succede a Reggio Calabria in seguito alla rivolta detta "del capoluogo regionale" dei primi anni settanta. Non mancano di manifestarsi sia dure e polemiche prese di posizioni contro l’ideologia e la pratica fasciste, e sia scontri fisici fra i giovani democratici cosentini appartenenti a tutti gli schieramenti della Cosenza democratica, progressista e di sinistra, e i fascisti locali, spesso spalleggiati da squadre di picchiatori provenienti da Reggio Calabria.
E il periodo della storia italiana definito come la stagione dei movimenti collettivi, vede Cosenza scrivere una nuova pagina della sua vicenda secolare aiutata in questo suo sforzo di modernizzazione da una duplice serie di fattori. Da una parte stanno le contraddizioni che l’attraversano frutto dell’insanabile frattura fra un ambiente e una mentalità provinciali e le nuove energie giovanili create dalla crescita demografica della città e formate dalla scolarizzazione di massa; dall’altra sta una cultura secolare da sempre carica di tensioni positive che dopo aver aiutato la società cittadina sia agli inizi del secolo che all’uscita del fascismo, negli anni in esame continua a fare la sua parte e si incarna in quei fatti culturali, che, frutto della componente progressista e delle culture democratiche della città, sono rappresentati da giornali, associazioni e centri culturali.
E sono rappresentati anche da occasioni di dibattito e di contatto con la cultura italiana ed europea, come accade nel corso delle edizioni del Premio Sila, o degli incontri che si svolgono nella stessa Accademia Cosentina che in questi anni scrive una importante pagina della sua secolare storia grazie alle presidenze di Mario Misasi, prima, che spalanca le porte dell’antica istituzione ai giovani e ai più significativi temi della contemporaneità, e, dopo, di Luigi Gullo che quasi fino alla soglia del secolo trasforma l’Accademia in un acuto e attento strumento di analisi e di discussione delle questioni più attuali e più rilevanti della vita sociale e culturale contemporanea.
Chiara espressione della nuova mentalità dominante della città è, infine, il duplice appuntamento referendario degli anni settanta quando Cosenza vota convinta per non abrogare la legge che istituisce il divorzio, e a favore dell’autodeterminazione della donna nello scegliere l’aborto assistito.
Frutto della stagione dei movimenti collettivi e di un deciso spostamento a sinistra dell’elettorato sono, anche, le giunte di sinistra che si realizzano al Comune ed alla Provincia, dopo le elezioni amministrative del 1975, e che sono presiedute da due socialisti: Pino Iacino la prima, Vincenzo Ziccarelli la seconda.

Un’intensa stagione
Si apre così un’altra stagione di riforme e di progettualità per la città. Nel 1972 viene approvato il Piano Vittorini che con la Variante generale frutto di un gruppo di lavoro coordinato da Sara Rossi e Bruno Zevi (approvata, però, solo nel 1995), ridanno ordine urbanistico e prospettive di sviluppo ad una città che a partire dagli anni Ottanta inizia a registrare un significativo decremento demografico, dovuto sia a quel fenomeno di respiro demografico che caratterizza storicamente il rapporto di Cosenza con i suoi Casali, e sia alla concorrenza delle realtà municipali confinanti con il capoluogo, e soprattutto di quella di Rende che può contare sulla attenta e dinamica amministrazione del sindaco socialista Francesco Principe.
Anche dal punto di vista culturale si ha un’intensa stagione di significativi eventi grazie alla parallela azione del Comune, con l’assessore al ramo Giorgio Manacorda del Partito comunista, e della Provincia, con lo stesso presidente socialista Vincenzo Ziccarelli, noto intellettuale e autore teatrale. Riprende vigore e si apre a nuovi temi il teatro Rendano, si progetta e si dà vita ad un Consorzio Teatrale Calabrese; si affrontano anche temi di scottante attualità come la riforma psichiatrica, e grazie all’operato della Provincia - assessore al ramo è il comunista Giovanni Dieni -, viene chiuso il Manicomio di Nocera Inferiore, facendo seguito alle indicazioni di Franco Basaglia cui, fra l’altro, in quegli stessi anni viene attribuito un riconoscimento nell’ambito del Premio Sila.
La società civile cosentina da parte sua non sta a guardare, e raccogliendo le migliori pratiche dei movimenti di contestazione culturale, dà vita ad esperienze editoriali, giornalistiche e teatrali (e va ricordata la cooperativa Centro RAT che è ancora attiva con il suo Teatro dell’Acquario), in un generale moto di rinnovamento della vita culturale cittadina, che proseguirà, con altrettanta visibilità, nei successivi decenni quando sorgeranno istituzioni come la Fondazione Guarasci, l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, il centro culturale "La Città Futura", il Circolo Popilia, la Fondazione Ferramonti, l’Università della Terza Età, la recente Fondazione CARICAL, ed altre realtà socioculturali ancora come il Centro sociale autogestito Gramna.

La difficile parentesi
Gli anni ottanta rappresentano per la città un periodo critico.
Esaurita per responsabilità dei partiti e dei gruppi interni che se ne contendono l’egemonia, l’esperienza di sinistra al Comune, si ha dal 1980 in poi un susseguirsi di giunte comunali che non riescono, però, a far presa sulla società cosentina; sono anni di sostanziale immobilismo per l’assenza di capacità analitica e di progettualità dei partiti.
A fronte delle poche realizzazioni (la metanizzazione della città, l’inaugurazione della nuova tratta ferroviaria per Paola e della nuova stazione, il completamento del nuovo edificio del tribunale, realizzazioni i cui progetti risalgono però ad anni precedenti), la città vive con grande disagio il suo declino demografico e registra una ripresa della criminalità di tipo gangsteristico che, sciolta dai vecchi legami con la malavita tradizionale, si appresta a fare dello spaccio della droga il suo nuovo e ricco affare.
Tuttavia ciò che incide più negativamente sul panorama generale è il disorientamento e il distacco dalla società di tutti i partiti che non riescono a reagire al malessere cittadino ed al progressivo deperimento demografico della città con idee propositive e capaci di guardare al futuro e di riaccendere l’interesse dei cittadini verso la cosa pubblica, in un’epoca, peraltro, in cui le sorti di buona parte del Meridione languono e si manifesta in pieno l’opportunità di esercitare le vecchie pratiche clientelari senza alcuna attenzione né ai meriti individuali, né ai bisogni collettivi e personali.
Nella guida tedesca curata da Eva Grundel e Heinz Tomek, pubblicata proprio alla fine del triste decennio (e citata da Teodoro Scamardi), così si lamenta la condizione della città: "Povera Cosenza, cosa ti hanno fatto? [...] Non un raggio di luce rischiara la tristezza della città vecchia ora ridotta a slum intorno al Corso Telesio e al Duomo gotico". Nel mentre, ricordando la leggenda di Alarico e la poesia del Platen, i due autori sottolineano che gli unici canti che provengono dal Busento sono "quelli" prodotti dal fruscio delle buste di plastica sballottate nel fiume dal vento.

Una ragguardevole opportunità
Una soluzione di continuità nella storia della città avviene nel 1993 quando, vigente la nuova norma elettorale per le amministrative che prevede l’elezione diretta del sindaco, si presentano davanti al corpo elettorale alcuni schieramenti facenti capo ai partiti tradizionali o a gruppi in rotta con gli stessi.
Si presenta anche Giacomo Mancini, con una formazione politica nuova e un programma aderente ai problemi della città per i quali si suggeriscono le possibili soluzioni. Cosenza Domani, il nuovo soggetto politico creato da Mancini, riceve la fiducia degli elettori e il candidato alla carica di sindaco coglie la vittoria sia alla prima tornata elettorale che al successivo ballottaggio, smentendo peraltro tutte le previsioni che lo volevano sconfitto già in partenza.
E dopo il 1993 Mancini ottiene la riconferma plebiscitaria nel 1997 quando, alla naturale scadenza del Consiglio comunale, si ripresenta a capo di un vasto schieramento di forze politiche di centro-sinistra, che, stringendosi intorno alla figura del sindaco, si afferma anche alle elezioni amministrative, dopo che nei collegi parlamentari di Cosenza il raggruppamento dell’"Ulivo" aveva eletto nel 1996 il popolare Paolo Palma alla Camera dei Deputati e rieletto Massimo Veltri dei Democratici di Sinistra al Senato della Repubblica.
Per Cosenza gli intensi anni di attività del sindaco Mancini rappresentano la svolta rispetto al recente passato.
A distanza di alcuni anni dall’inizio della nuova esperienza amministrativa ben altro affermano testimoni forestieri e locali, dopo le tristi constatazioni della guida tedesca della fine degli anni ottanta.
Nelle pagine monografiche dedicate a Cosenza dalla rivista "L’Indice dei libri del mese" Annarosa Macrì, a poche settimane dalla fine del secolo, ha modo di notare: "Il viaggiatore che si trovasse a passeggiare per la strada principale della città, rimarrebbe stupito dall’enorme quantità di accadimenti culturali che si svolgono in città - convegni, conferenze, dibattiti, gruppi di studio, tavole rotonde - tutti incredibilmente affollati".
Il centro storico cittadino (la "Cosenza Vecchia" cara al ricordo di tanti cosentini) è nuovamente frequentato, insieme ad esso la città pulsa di nuova vita.
La realizzazione dei programmi della prima e della sindacatura in corso porta ad un significativo processo di trasformazione della città.
Cosenza inizia a recuperare, nel comprensorio ed anche nel contesto regionale, la centralità che aveva perso negli anni ottanta; gli interventi sulla città, operati sulla scorta delle indicazioni degli strumenti di piano, ne riordinano l’assetto urbanistico eliminando barriere artificiali e superando quelle naturali (il rilevato ferroviario si trasforma nel Viale Parco e ricongiunge Cosenza con la sua parte orientale, nuovi ponti e passerelle uniscono le rive dei fiumi, le piazze principali vengono recuperate e valorizzate).
Da parte sua la decisa ripresa dell’edilizia privata e pubblica offre nuove possibilità occupazionali, accresciute, anche, dall’attenzione che si presta ai progetti di utilità sociale; e, grazie alla costituzione di numerose cooperative di servizi, si offre occasione di occupazione a numerosi giovani e si sottrae manovalanza alla criminalità cittadina realizzando una politica della legalità imperniata sulla prevenzione e non sulla repressione, proprio in un momento in cui si assiste ad una certa recrudescenza del fenomeno criminale.
Si presta attenzione alla vita ed allo sviluppo culturale della comunità attraverso il potenziamento dei tradizionali luoghi di produzione culturale o l’istituzione di nuovi centri e di nuove occasioni di elaborazione intellettuale (il teatro di tradizione Alfonso Rendano, la Casa delle Culture, la concessione di borse di studio, la Fondazione "Città di Cosenza", l’Università della Calabria). Si opera una radicale modernizzazione informatica (dall’attivazione di postazioni per la navigazione gratuita in Internet ai progetti di cablatura della città). Il tutto realizzato sia con fondi del Comune che attingendo sapientemente e tempestivamente ai fondi europei.
E Cosenza, che segue con attenzione e partecipazione il tentativo di modernizzazione dell’Amministrazione, mostra di nuovo di voler recuperare la tensione politica ed etica che più volte, nella sua storia recente - come si è potuto constatare - le ha permesso di recuperare i ritardi che aveva sofferto per l’incapacità dei gruppi dirigenti locali o perché travolta dal vortice delle vicende nazionali.
La Cosenza, ieri smembrata e divisa nel suo stesso tessuto urbano, ha avviato nel presente un tentativo di ricomposizione e di sviluppo che trova il suo migliore esempio proprio nella costruzione del Viale Parco, che, ultima trasfigurazione di un antico percorso, ha stimolato la nostra curiosità verso il passato, spingendoci a compiere un non breve viaggio lungo i sentieri della storia contemporanea della città, e che accompagnerà Cosenza nel suo cammino verso il futuro.


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